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Articoli & Reportage > L.U.E. Long Underwater Exploration
... E se in una leggenda ci fosse qualcosa di vero?
Un’altra Long Underwater Exploration – UTRtek – organizzata da Massimo Barnini e il suo Team W.S.E., è in programma i 6 Luglio 2009 ( cond. meteo permettendo! ).
Circa 10 Km di fondale marino da esplorare in immersione, su una rotta ben precisa, trainati da scooter subacquei, alla ricerca di qualcosa che " forse non c’è, ma che sprigiona forti sensazioni che derivano dalla mitica leggenda toscana: … C’era una volta la Val di Vetro …."
La mitica leggenda parla di un maremoto che sommerse una città chiamata Val di Vetro. In molti hanno favoleggiato che sopra la Val di Vetro fosse già fabbricata una terra o una città sottoposta ai Volterrani, e detta Tuscinatum, la quale da una catastrofica inondazione del mare sia stata distrutta e assorbita.
C'è chi, in giornate in cui l'acqua è particolarmente chiara, ha creduto di intravedere sui fondali i resti di imponenti strutture.
Sulle secche di Vada hanno fatto naufragio, oltre ad molte navi romane, anche il piroscafo Australia (nel 1875) e ancora prima una nave da guerra americana.
Nella notte del 19 ottobre 1867 Giuseppe Garibaldi sbarcò a Vada giungendo da Caprera a bordo di una piccola barca eludendo la sorveglianza delle navi regie che dovevano impedire la partenza del generale dall'isola.
Il Team partirà dal faro posto sulle secche di Vada e percorrerà in una unica immersione tutto il tratto di mare che arriva al continente: il Porto di Vada.
LA LEGGENDA ...
Al "bar", durante interminabili partite a carte, tra un "gotto" di vino e una "pipata" di tabacco, o un "mezzo toscano", i vecchi pescatori di Vada amano raccontare la "vera storia" delle origini della loro cittadina e di come è nato il nome. E' gente semplice, come tutta la gente di mare, gente avvezza a giornate passate in solitudine, tra mare e cielo, in compagnia soltanto dei suoi "mestieri" e dei suoi pensieri. E in questa solitudine i pensieri diventano ossessivi, la fantasia un' angoscia ampliata da ancestrali superstizioni. Questa storia che raccontano, tramandandosela come detto, di padre in figlio, ampliata ogni volta con qualche particolare in più, abbellita e infiocchettata secondo la fantasia e l' immaginazione del narratore, è una storia che per loro, con il passare del tempo diventa sempre più "saga" e sempre meno invenzione. Ognuno di loro, specialmente dopo i primi bicchieri, è pronto a giurare sull' autenticità di cose che crede di avere visto o sentito, come strade lastricate e muri di case sul fondo marino, vicino al "fanale"; oppure, in giornate di perfetta bonaccia, un suono di campane.
Ecco la storia come la raccontarono una quarantina di anni fa alcuni pescatori …
LA VALDIVETRO
C'era una volta. Tutti, raccontandomela, cominciavano così: c' era una volta...C' era una volta, dunque, centinaia e centinaia di anni fa, in questa zona, qui, dove ora si trova Vada, una grande città, così grande che con il suo porto, le sue strade, le sue case, arriva fino al "fanale". La città si chiamava "Valdivetro". Il porto di questa città aveva dei moli lunghi chilometri e ai suoi moli ogni giorno arrivavano e attraccavano centinaia di navi provenienti da tutto il mondo. Con olio, stagno, rame dalla Spagna; stoffe, lana e legno dalla Gallia; grano dall' Africa; marmi dalla Lunigiana; vasi dalla Grecia; ferro dall' Elba; spezie e sete dalle Indie. Valdivetro era piena di gente che lavorava, navigava, commerciava, e si divertiva. C' erano negozi e botteghe artigiane, teatri, terme, banche, lupanari e chiese.
(Non ho mai capito se l' accostamento dei due ultimi termini fosse maliziosamente voluto, come a sottolineare che dopo il peccato di lussuria era necessario il ravvedimento, il rimorso il riscatto per poter rimanere in pace con la propria coscienza e riconquistarsi la fiducia negli dei. Anche oggi del resto molti operano nello stesso modo). La vita scorreva quieta e pacifica, ma questa vita troppo spensierata, troppo facile, fece dimenticare ai cittadini il dovere verso gli dei. Era più il tempo passato nelle bettole (tabernae), alle terme e nei bordelli, che non quello dedicato al culto, si concedeva più tempo all' appagamento dei piaceri effimeri, fuggevoli, trascurando lo spirito, dimenticando i templi, tralasciando di sacrificare agli dei, disimparando le preghiere. Ma gli dei non dimenticano, e invidiosi, gelosi e indispettiti dalla trascuratezza della gente di Valdivetro verso di loro, decisero di vendicarsi.
Un giorno, nubi gonfie di pioggia cominciarono ad addensarsi all' orizzonte, tutto intorno alla città. Venti impetuosi cominciarono a soffiare dal mare sollevando onde sempre più alte che si abbattevano sui moli, il cielo si oscurò, divenne sempre più nero e cominciò a piovere. Da prima si credette ad una tempesta passeggera, come ce ne erano state in tempi passati, del resto era la stagione delle piogge, ma passavano i giorni e il vento non calmava e pioveva sempre più forte. Le scorte dei viveri stavano per finire, la campagna era allagata e non produceva, navi non ne arrivavano più perché il porto, fino ad allora sicuro e fidato, era diventato rischioso.
I moli principiavano a rovinare sotto la spinta delle onde, le navi ormeggiate affondavano come barchette di carta, si preannunciava un tragico evento. Il popolo, sempre più numeroso ora, si raccoglieva nel tempio a pregare. Ora, ci si ricordava dei torti fatti agli dei, ora, si sacrificavano sui loro altari gli ultimi animali rimasti, sperando in una riconciliazione, in una pace impossibile. Però gli dei offesi, voltavano le spalle a Valdivetro. Poi un giorno, tragico, funesto, un popolano fradicio di pioggia, affannato, stremato da una lunga corsa, entrò nel tempio mentre il sacerdote era intento al sacrificio, e con voce rotta dal pianto e dall' emozione, gridò che la furia del mare aveva abbattuto le ultime difese del porto, che onde altissime stavano rovinando sulla città distruggendola, urlò, piangendo e imprecando, che Valdivetro se ne stava andando, che si salvasse chi poteva. Un grido di angoscia e di paura si levò dal popolo raccolto in preghiera, alto il pianto dei bimbi e i lamenti delle donne imploranti. Solo il sacerdote mantenne la calma e rivolto ai fedeli, esortandoli a pregare disse: Che sia fatta la volontà degli dei, se Valdivetro deve andare, vada! Furono queste le ultime parole pronunciate dal sacerdote, prima che tutto venisse sommerso. Ma non tutti perirono in quell' immane sciagura. Alcuni riuscirono miracolosamente a sopravvivere. Quando quella terribile tragedia finì, le acque furono di nuovo calme e il sole tornò a splendere su quelle terre desolate colme di lutti e di rovine, i sopravvissuti alla tragedia si misero al lavoro impegnandosi a far risorgere dalle rovine una nuova città. E con questa volontà, ricordando l' ultima parola pronunciata dal sacerdote prima di morire, giurarono che la città, risorta dalla distruzione e sulle rovine di Valdivetro, si sarebbe chiamata Vada.
Questo, più o meno, il racconto che mi hanno fatto molti anni fa gli Olivi, i Giovannelli ed altri vecchi pescatori di Vada, o come alcuni usavano definirli, "i discendenti di quei primi fondatori di Vada, distrutta e risorta mille anni prima di Cristo".
E mi promettevano che, "una volta o l' altra", mi avrebbero portato sul posto per: "farti vedere con i tuoi occhi".
Purtroppo, una volta perché le acque erano torbe, un' altra perché il tempo non prometteva niente di buono, o altre cose del genere, la promessa non fu mai mantenuta, e ora sono morti.
Qualche volta ci sono andato con altri amici, ma probabilmente non abbiamo saputo individuare bene il posto, e non abbiamo visto niente. Peccato!
ARCHEOLOGIA
Anche per Vada le origini sono assai antiche. Il nome stesso risale alla epoca romana e sta a significare guado, approdo («Vadum») rappresentava, infatti, il punto di riferimento commerciale di Volterra, che a questo porto era strettamente collegata. Ne parlano Tito Livio, Cicerone e Plinio come di uno scalo marittimo di una certa importanza. Più esplicitamente ne parla il poeta latino Rutilio Namaziano che tra l'altro descrive la sua entrata nel porto rilevando una certa difficoltà d'approdo a causa delle secche che però proteggono la baia dalla forza dei marosi. Le secche di Vada, tradirono i navigatori in varie occasioni, basti pensare alla notevole quantità di reperti ritrovati sui fondali marini in questa zona. Al Museo di Rosignano M.mo è possibile vedere un'interessante serie di anfore di vario genere ritrovate proprio a Vada che rimane una delle località tra le più ricche di reperti archeologici romani di tutto il territorio comunale. La campagna di scavi nella località di S. Gaetano, ha portato alla luce oltre a centinaia di monete di epoca romana, anche le fondamenta di una grossa struttura termale del II secolo d.C.Il ritrovamento di moltissime monete, anch'esse conservate al Museo Civico, convalida l'ipotesi che la zona fosse al centro di una sviluppata attività commerciale.
Dell'importanza di questo centro nel passato si è sempre più convinti, anche grazie alle indicazioni che derivano dalla cosiddetta Tavola Peutingeriana che, redatta da un commerciante III a.C. doveva servire ad indicare in ordine di percorrenza le principali località dell'Impero romano. In questo documento, di grande valore storico, è presente in una zona assimilabile a quella dove ora sorge Vada, l'indicazione di un centro di notevole interesse di nome «Velinis» simboleggiato da due «casette». Anche le numerose tombe ritrovate durante la costruzione della parte più recente del paese, presso il Poggetto e un po' dovunque, avvalorano l'ipotesi della presenza in Vada, in epoca romana, di un grosso insediamento umano.
NOTIZIE STORICHE
Vada, sulla sinistra del fiume Fine antico confine tra Pisa e Volterra allo sbocco della via che univa Volterra al mare, fu il porto di quella città in epoca tardo-etrusca e romana. Il nome stesso, derivato dal termine vadum. approdo (guado) ricorda questa sua funzione. La piana di Vada piuttosto bassa rispetto al livello del mare favorì anche in epoche lontane la produzione del sale attraverso un sistema accurato di canalizzazioni che portavano l'acqua del mare verso l'interno dove il calore del sole provvedeva al prosciugamento. Questo procedimento è descritto anche dal poeta romano Rutilio Namanziano (V secolo d.C.).Anche in periodo longobardo, attorno al 754 d.C. era ancora presente questa produzione come risulta da documenti dell'epoca. Intorno al 1000 Vada aveva un castello e una chiesa dedicata a S.S. Giovanni e Paolo che doveva essere in aperta campagna forse nella località chiamata ancora Conventaccio. C'era, inoltre, la badia benedettina di S. Felice che poi passò alle monache domenicane, la sua posizione doveva essere all'interno del castello nell'area a nord della torre dove esistono grosse strutture murarie sotterrate.Nel 1079 Vada resistette ad un attacco della flotta genovese che dette l' assalto al porto, ma nel 11 26 cadde sotto il dominio della repubblica marinara fino al 1165, anno in cui Pisa ne entrò nuovamente in possesso.
Fu appunto sotto la dominazione pisana, attorno al XIsecolo, che furono erette opere di fortificazione notevoli a difesa del porto e del castello.Queste zone infestate dalla malaria erano nel XIII secolo quasi deserte tanto che i governi esentavano da tasse coloro che sarebbero andati a viverci. Dal 1406 in poi varie e alterne furono le vicende storiche di Vada: dal dominio pisano passò, infatti, a quello fiorentino per poi essere occupata dalle forze del Duca di Milano nel 1431 e nel 1433 di nuovo da quelle della Signoria fiorentina. Nel 1452 fu occupata dalla flotta del Re di Napoli che la distrusse appiccando il fuoco al forte. Nel 1484 fu la volta dei Genovesi e undici anni dopo le truppe fiorentine la rioccuparono. Dalla fine del XVI secolo Vada rimase quasi disabitata e la malaria e la palude se ne impossessarono ancora di più. Fu sotto la dominazione dei Lorena che Vada, inserita nel complesso della bonifica della Maremma, risorse a nuova vita.Le pinete, che ancora oggi vediamo, testimoniano l'opera di bonifica intrapresa dai Lorena. Nel 1873 fu impiantata una fonderia di ghisa e fu anche costruita la stazione ferroviaria sulla linea per Collesalvetti. La fonderia non durò a lungo, ma altre piccole industrie di lavorazione dei prodotti della campagna adiacente si stabilirono lungo l'Aurelia verso Cecina.